«L’unica strada possibile è quella di coniugare i fabbisogni occupazionali dell’impresa e le esigenze del disoccupato, che non deve essere visto come una merce di scambio ma va inserito all’interno di un percorso formativo», spiega Giuseppe Zingale, general manager della Divisione Welfare di IG Samsic HR, che racconta come le risorse del PNRR possano essere utilizzate per finanziare le politiche attive. 

Servono un’organizzazione migliore e personale adeguato a gestire le risorse. È questa la soluzione per riuscire a raggiungere uno degli obiettivi più difficili del Piano nazionale di ripresa e resilienza: far crescere il lavoro, potenziando le politiche attive e la formazione professionale e cercando finalmente di incrociare meglio domanda e offerta. «Non è semplice: l’unica strada possibile è quella di coniugare i fabbisogni occupazionali dell’impresa e le esigenze del disoccupato, che non deve essere visto come una merce di scambio ma va inserito all’interno di un percorso formativo. È una parte assolutamente attiva del processo», spiega Giuseppe Zingale, general manager della Divisione Welfare di IG Samsic HR.

Rispetto al passato, oggi le risorse non mancano, grazie al Pnrr, ma il sistema di gestione dei fondi è profondamente cambiato. «Mentre sui fondi precedenti il sistema era a rendicontazione, cioè ricevevi le risorse notificando le spese, oggi è a risultato: questo significa che il sistema si deve prendere carico dei disoccupati e raggiungere l’obiettivo. Per questo credo sia necessario trovare un modello organizzativo in grado di far fronte a una platea di disoccupati molto vasta ma anche molto eterogenea», continua Zingale.

Secondo i dati Istat, oggi i disoccupati sono quasi 2 milioni e 500mila persone. Ma vanno fatti i dovuti distinguo. «Ci sono quelli facilmente rioccupabili e quelli che invece occupano cluster che difficilmente troveranno uno spazio nel mercato del lavoro, a causa di una storia e di un vissuto che spesso mal si conciliano» sottolinea Zingale. «Per questo serve un modello organizzativo in grado di conciliare il tutto. IG Samsic HR cerca di fare il suo: nell’ultimo periodo siamo riusciti a ricollocare il 10 per cento dei disoccupati, il doppio rispetto al 5 per cento fissato dalla regione Lombardia», evidenzia Zingale.

Perciò, secondo il general manager di IG Samsic HR, «è necessario un sistema in grado di coniugare pubblico e privato che intercetti al meglio le risorse, assorbendo il maggior numero possibile di disoccupati. Le percentuali di ricollocamento possono decisamente risalire e possiamo riuscire a ricollocare anche 40mila persone: serve solo uno sforzo maggiore».

PNRR e politiche attive: serve un’integrazione oculata con le politiche passive

In questo senso il Governo può fare ancora tanto. «Ad oggi il sistema non riesce a integrare bene le politiche attive con quelle passive: le prime, infatti, vengono viste come il solo modo per implementare le politiche di welfare, le altre vengono spesso abusate. Non sono pochi i casi di cattivo utilizzo degli ammortizzatori sociali, che sono strumenti da utilizzare soltanto in determinati casi e, per di più, a tempo», dice Zingale. «Guardando quello che chiede il mercato oggi sono soprattutto necessarie persone in grado di gestire le procedure e le risorse del Pnrr, in particolare negli enti locali». Lo impone soprattutto l’enorme quantità di denaro che l’Italia riceverà da qui al 2026: sono infatti ben 191,5 i miliardi di euro che il nostro Paese riceverà nell’ambito del programma Next Generation Eu. «Servono idee chiare anche da parte di chi governa, in modo tale da favorire una maggiore conciliazione di pubblico e privato che favorisca l’occupazione prima ancora dell’occupabilità», sostiene Zingale.

«Crediamo sia assolutamente necessario valorizzare i percorsi formativi e permettere a chi si forma di trovare uno sbocco occupazionale funzionale alle aziende e a un mondo del lavoro che vede tante professioni cambiare ma anche scomparire», dice il manager. La chiave è soprattutto creare un ponte con le aziende. Ma senza considerare «il lavoratore come un mero oggetto da collocare. Serve invece un percorso formativo che lo faccia entrare all’interno dell’azienda, tenendo conto della sua storia e della sua carriera professionale. Per questo crediamo sia necessario saper coniugare le politiche attive con le politiche passive, tessendo una rete che unisca le risorse con i processi formativi in atto. Questo è il nostro obiettivo: creare una struttura in grado di tenere assieme tutto questo».

Articolo originariamente pubblicato su Linkiesta.

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