L’Università degli Studi Roma Tre, in collaborazione con LabChain (il Centro interuniversitario di studi avanzati su innovazione tecnologica, blockchain e politiche del lavoro) ha condotto una ricerca sul lavoro in somministrazione. Lo studio ha analizzato l’evoluzione della somministrazione negli ultimi 10 anni, focalizzandosi anche sui cambiamenti che hanno investito il mercato del lavoro con l’avvento della pandemia e la successiva ripresa. 

L’indagine ha messo in luce alcuni aspetti meno noti del lavoro in somministrazione, dimostrando il ruolo significativo che questa forma contrattuale ha ricoperto nel nostro Paese nel corso dell’ultimo decennio e che ancora ricopre, in questa fase estremamente delicata per l’economia italiana. 

Le evidenze più significative del rapporto di ricerca sul lavoro in somministrazione negli ultimi 10 anni possono essere sintetizzate in quattro punti. 

  • La somministrazione contribuisce in maniera rilevante all’incremento della domanda di lavoro complessiva

Nell’arco temporale osservato, infatti, il lavoro in somministrazione ha fornito un contributo sempre più corposo alla domanda complessiva di lavoro subordinato in Italia, rappresentando una quota significativa dell’occupazione in generale. Nonostante, a partire dal 2009, la crescita del lavoro in somministrazione abbia subìto due battute d’arresto (nel 2018 con l’approvazione del Decreto Dignità e nel 2020, con l’avvento della pandemia mondiale), questa forma contrattuale è stata in grado di risollevarsi in fretta: nel corso del primo trimestre del 2021, le posizioni nette sono tornate ai livelli del 2019.  

  • La somministrazione contribuisce sensibilmente all’impiego a tempo indeterminato

Negli ultimi dieci anni in media sono stati attivati ogni anno più di 11mila contratti a tempo indeterminato attraverso la somministrazione, in numero sempre crescente nel corso del tempo. 

È particolarmente interessante notare l’andamento generalmente opposto che il ricorso alla somministrazione a tempo indeterminato ha avuto tra il 2018 e il 2019 rispetto a quello a termine. Mentre quest’ultimo subiva una forte frenata in seguito alle modifiche apportate dal Decreto Dignità, le attivazioni a tempo indeterminato da parte delle agenzie per il lavoro sono cresciute in maniera consistente. 

Al termine del 2020, sui circa 350 mila lavoratori che avevano all’attivo un contratto di somministrazione, più del 27% aveva un contratto a tempo indeterminato. 

  • La somministrazione contribuisce, più dell’occupazione diretta a termine, all’occupabilità dei lavoratori

La probabilità di rioccupazione entro 30 giorni dei lavoratori in somministrazione è particolarmente elevata (il 55%) e quasi doppia rispetto a quella dei contratti a termine standard. La ricerca evidenzia come il 55% dei lavoratori che terminano una missione in somministrazione sottoscrive un nuovo contratto entro un mese, contro il 29.4% dei lavoratori che terminano un contratto a termine direttamente subordinato. Le distanze risultano significative anche per intervalli di tempo più ampi, entro 90 giorni la rioccupazione riguarda meno della metà dei lavoratori direttamente subordinati (47.7%) a fronte del 68.9% dei lavoratori in somministrazione. 

  • La somministrazione contribuisce in maniera rilevante alla partecipazione dei giovani al mercato del lavoro e rappresenta uno strumento efficace di ingresso nel mercato del lavoro, capace di promuovere nuove occasioni di lavoro successive alla prima occupazione.

Sono infatti i giovani lavoratori con età inferiore ai 24 anni a registrare la quota maggiore di lavoro in somministrazione. Tra i giovani lavoratori (15-24 anni), i tassi di rientro relativi ai contratti in somministrazione sono generalmente di 26 punti percentuali superiori a quelli dei contratti direttamente subordinati. Le alte percentuali di giovani lavoratori nella somministrazione indica che tale tipologia di lavoro rappresenta un vero e proprio strumento di ingresso nel mercato del lavoro per queste fasce d’età. Tra i giovani lavoratori (15-24 anni), i tassi di rientro relativi ai contratti in somministrazione sono generalmente di 26 punti percentuali superiori a quelli dei contratti direttamente subordinati.

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